domenica 5 dicembre 2010

Disastro Gelmini.

L’imponente prova di forza degli studenti italiani (e non solo), pronti a tutto pur di difendere il proprio diritto allo studio è stato un segnale chiarissimo. Sebbene ci sia stato più di un tentativo di minimizzare l’entità del malcontento tra gli appartenenti al mondo dell’università ( la Gelmini: “una grande fetta del mondo accademico condivide questa riforma, nelle strade solo una minoranza”), il consenso del Governo ha raggiunto l’ennesimo colpo mortale. Mascherare una serie di tagli lineari, con annesso annuncio di lotta al fenomeno “parentopoli” (vedi pag. 4), aumento dei fondi alle università private e condanna alla precarietà praticamente a vita per i ricercatori, non si è rivelata una mossa furba. O, almeno, non sembrerebbe esserlo.
Tuttavia, l’opera di prosciugamento delle risorse al mondo della pubblica istruzione, era iniziato già nel 2008. L’introduzione del maestro unico e i soliti tagli ai fondi, avevano sferzato un grave colpo alla funzionalità del sistema delle scuole elementari prima, medie inferiori e superiori poi. Tant’è che ormai, il dover acquistare carta igienica personalmente e osservare ragazzini disabili con maestri di sostegno disponibili per un ora al giorno, è diventato una prassi. La normalità.
Cercherò di analizzare il significato politico di questa riforma, sia per la riforma in se, sia per quello che essa rappresenta.
La riforma in se, come tante altre mosse discutibili di questo governo è, semplificando, tanto fumo e poco, o niente, arrosto. I punti cardine, più volte ostentati dal politico di turno, avrebbero dovuto essere “meritocrazia”, “lotta a parentopoli” e “taglio agli sprechi”. Lo stesso Berlusconi, dopo aver appreso la notizia dell’approvazione della riforma alla Camera, ha detto: “Abbiamo dato un duro copo a parentopoli.” La realtà, ad ogni modo, è molto diversa. Di fatto, nessuno dei tre obiettivi preposti verrà raggiunto grazie a questa riforma. Il perché, è presto detto.
I tagli alle borse di studio (fino al 90%) riguardano soprattutto i ragazzi che contavano su quei soldi per iscriversi alle Università; questo, unitamente all’aumento delle tasse conseguente ai tagli dei fondi per le Università pubbliche, da l’idea di quanto non sarà il merito a permettere ai ragazzi di poter, non dico eccellere nei voti, ma almeno di frequentare una qualunque Università (perché se poi si va a discutere della questione delle opportunità come viaggi di formazione, libri di testo, corsi a numero limitatissimo, e via discorrendo non ce ne si esce più).
Riguardo al tanto pubblicizzato “duro colpo a parentopoli” non si è fatto altro che creare una rottura di scatole per i cosiddetti “baroni”, che potranno aggirare facilmente la legge ad hoc, risultato di un subemendamento della Gelmini, in risposta ad un emendamento dell’Idv (vedi pag. 4). Per non parlare dei concorsi per i ricercatori. La lotta al nepotismo avrebbe dovuto portare anche alla modifica della logica dei concorsi, cosa peraltro avvenuta. Istituendo un concorso nazionale, che si aggiunge ai precedenti, che non praticherà nessuna scrematura. Sostanzialmente, non si è fatto altro che burocratizzare ancora di più il percorso per ottenere un tanto sospirato contratto a tempo indeterminato.
Ad ogni modo, il nodo centrale di questa riforma è, checché se ne dica, il taglio ai fondi per le Università pubbliche, a firma Gelmini, ma richiesto (imposto?) da Tremonti. Più volte è stato citato il fantomatico corso di laurea in “addestramento del cane e del gatto” e corsi del genere, come esempio di spreco. Mi sembra giusto ma, dico io, non bastava leggere semplicemente l’elenco dei corsi di laurea italiani per poter cassare quelli decisamente inutili? La Gelmini è su quella poltrona da due anni, proprio oggi si è accorta di quel corso di laurea? Sembra quasi che quel corso sia ancora in piedi per dare adito alle polemiche e per giustificare i numerosi tagli lineari (Franceschini, del Pd, nella sua dichiarazione di voto al ddl, ha parlato di qualcosa come 1,3 miliardi di euro di tagli e solo per le risorse ordinarie…). E non solo. Nessuno degli altri governi dei paesi più industrializzati ha tagliato le risorse all’università, la ricerca e al mondo della cultura (Bondi ce l’abbiamo solo noi). Tutt’altro. Paesi più competitivi, come Germania e Usa, hanno deciso di investire in quei campi, per far ripartire l’industria-Paese. Si calcola che, tanto per fare un numero, un singolo ricercatore, in termini di brevetti, valga 148 milioni di euro, in termini di Pil. Ora, tenendo conto del nuovo percorso creato per i ricercatori, sei anni di precariato e chi s’è visto, s’è visto, e dalla già attuale tendenza dei migliori cervelli a lasciare l’Italia per altri Paesi dove la ricerca è più facile, più apprezzata, più finanziata e più desiderata, è facile pensare che questa opera di potatura dei fondi alle università pubbliche avrà: ripercussioni positive, a breve termine, per quanto riguarda il risparmio di spesa pubblica; ripercussioni immensamente negative, se non mortali, a lungo termine, quando gli effetti di questi tagli si mostreranno con tutta la loro forza. Della serie “o sparagn nunn’è maje guadagn’”, “il risparmio non costituisce mai guadagno”.
E poi ci sarebbe la questione di cosa rappresenta, politicamente, questa riforma. La fretta di approvare alla Camera il ddl, percepita un po’ da tutti , aveva un motivo: il governo aveva bisogno di giocare questa carta prima del 14 dicembre. Sia per testare la fiducia dei finiani, sia per potersi dotare di un bell’asso nella manica (grazie a questo ddl, peraltro ancora non approvato in via definitiva, si è potuto affermare, nuovamente, che questo è il governo “del fare” mentre “gli altri pensano a parlare”). Le dichiarazioni di voto riguardo al ddl, sono sembrate una partita a scacchi: Cicchitto (Pdl) e Reguzzoni (Lega) hanno difeso a spada tratta la riforma, simbolo del lavoro della maggioranza, in contrasto ad un opposizione che ha cercato di “cavalcare l’onda delle manifestazioni per ottenere consenso”; Di Pietro (Idv) e Franceschini (Pd), hanno sottolineato le tantissime pecche della riforma, che altro non è che un insieme di tagli lineari coperti dalle buone intenzioni, cosa dimostrata dalle incredibile proteste generate. Qualche sussulto sarebbe stato lecito aspettarselo dai finiani. I quali hanno dimostrato di voler ancora attendere prima di infliggere il colpo di grazia al governo. Della Vedova (Fli) ha appoggiato la riforma, ma ha anche asserito che, probabilmente, questo sarà stato l’ultimo provvedimento di questa ormai “ex maggioranza” , ribadendo il ruolo importante che Fli ha avuto nella stesura del testo. Insomma, si potrebbe pensare che questa riforma non sia stato altro che un campo di battaglia, per sondare gli umori prima dello scontro finale del 14 dicembre. Un po’ come giocare a fare la guerra sulla pelle degli studenti. Ed in questo quadro si inserisce la decisione di sospendere le discussioni in parlamento fino al 14 dicembre, un’altra abile mossa, per evitare la sfiducia a Sandro Bondi, che di mozione ne aveva ricevuta una “ad personam”.
E già. La riforma Gelmini non è stata altro che l’ultima battaglia prima dello scontro finale, il 14 dicembre. Quando ci sarà il giorno dei giorni. Con Berlusconi che ringhia: "Nessuno alla mia altezza, vado avanti. Vogliono allearsi con la sinistra. Il resto solo gossip"; con Fini, Casini e Rutelli che presentano una nuova mozione di sfiducia, a dimostrazione del fatto che il governo non ce la farà ad ottenere la fiducia. Con l’Idv e il Pd che attendono al varco. E con la Lega che un giorno appoggia il governo e l’altro auspica subito elezioni.
Il Pensiero Scomodo

Nessun commento:

Posta un commento