Come previsto, il governo riesce a spuntarla alla Camera per una manciata di voti. 314 a 311. Ciò vuol dire che, se solamente due persone di quelle che hanno detto no alla sfiducia avessero detto si, ora si starebbe parlando di un governo ufficialmente in crisi. Ma non è andata così.
Eppure Fini ce l’aveva messa tutta pur di affondare il Cavaliere. Aveva serrato i ranghi, stretto alleanze, lavorato ai fianchi il nemico, preparato l’attacco. E poi lo ha scagliato. Purtroppo, per lui, e non solo, non aveva fatto i conti con i vari Scilipoti, Razzi, Caleari, Siliquini, Polidori (queste ultime due facenti parte proprio del Fli, la schiera dei suoi seguaci). Gente sconosciuta fino a circa una settimana fa. E che adesso s’è assunta la responsabilità di tenere in vita il modestissimo governo Berlusconi. Quando ormai tutto il mondo (nel vero senso della parola, leggendo i quotidiani stranieri) non aspettava che la fine ufficiale di un’epoca infame per l’Italia.
Alla gente poco importa dei debiti di Scilipoti, della parentela con mister Cepu della Polidori, dei tentativi di corruzione palesati da Razzi. Però questi fatti stanno lì, sono accaduti. E la conseguenza è stata la vittoria del novello Pirro, Silvio Berlusconi.
S’era già detto dell’inconsistenza di un eventuale governo basato sulla fiducia di soli 3 deputati. Dell’impossibilità di andare avanti per la sua strada, non potendo approvare leggi e decreti. In qualsiasi paese democratico del mondo e della storia, un risultato del genere avrebbe preceduto la salita al Colle per rassegnare le dimissioni del presidente del Consiglio. Ma non nella nostra repubblica, sempre più delle banane. Eppure c’era anche chi, come noi, aveva previsto che Berlusconi avrebbe usato questa fantomatica vittoria numerica per sbatterla in faccia al rivale, Gianfranco Fini, infierendogli un colpo mortale (politicamente). E, sia chiaro, alla fine lo ha fatto.
La cosa che non avevamo previsto, o che almeno non ci saremmo augurati, è questo assurdo rimanere attaccato alla poltrona. L’evidenza dell’ingovernabilità di questa ormai ex maggioranza è schiacciante. Persino la Lega da qualche giorno continua a ripetere che non c’è alternativa alle elezioni. Ma Berlusconi è ancora lì, seduto. La conta del 14 è stata una sorta di bostick, una colla a presa fortissima, capace di farlo resistere fin dopo le vacanze natalizie. Preparandosi per il dopo.
Già, perché, nonostante le sue dichiarazioni nettamente al di fuori della realtà, del tipo “Abbiamo posti liberi al governo, ci potrebbe servire l’aiuto dell’Udc”, il futuro è abbastanza delineato.
Fini, con la coda tra le gambe, sta facendo passare la bufera, stringendo l’accordo con Casini e Rutelli. Il terzo polo, il “Polo della nazione“ è nato proprio per contrastare ripensamenti da parte dei deputati delusi dall’esito della questione di fiducia. Per adesso contano più di cento parlamentari, bisogna vedere se resisteranno all’opera di erosione iniziata da Berlusconi per accaparrarsi abbastanza deputati per andare avanti così.
A sinistra, invece, c’è il solito pressappochismo, condito da insulsaggine (Bersani), retorica spicciola (Vendola) e, francamente troppo, populismo (Di Pietro). Il leader dell’Idv, in effetti, aveva proposto in settimana di mettere le cose in chiaro, di creare una coalizione di centrosinistra, formata dal Pd, dal Sel e da Idv appunto. Vendola ha subito accettato, ma Bersani no. E già, anziché cercare di stringere alleanze per cercare di combattere ad armi (quasi) pari il leader maximo, l’attuale premier, l’invincibile Cavaliere, Bersani sta lì, tentenna. Tentenna perché, da un lato, c’è l’ala estremista del suo partito, la vera sinistra. Quella, per intenderci, che crede fermamente in Vendola e non disdegna l’alleanza con Di Pietro. Quella che forse la base, ossia gli elettori, vorrebbero. Quella che avrebbe già accettato la proposta del leader dell’Idv. Ma poi c’è un’altra ala. Quella moderata, cattolica. Quella, sempre per intenderci, che starebbe pensando di fare un patto coi centristi del Terzo polo. Quella che, praticamente, riunirebbe nella stessa coalizione Fini e Bersani. Un calderone politico con un misto di comunismo, fascismo, democrazia cristiana, ovviamente in salsa antiberlusconiana. Qualche cosa di terribile solo a pensarlo.
E tutti questi discorsi, queste ipotesi di alleanza, sono il preludio all’unica soluzione possibile a questa empasse politica. Le elezioni in marzo. L’affidare la decisione di chi debba governare al popolo sovrano. Non allo Scilipoti o alla Siliquini di turno.
Prima di Natale ci sarà tempo giusto per sfiduciare Bondi, forse approvare il ddl Gelmini, magari qualcosa a proposito dei rifiuti di Napoli, ma è poca roba. Di fatto, siamo già in clima vacanziero.
Il titolo faceva riferimento a presunti vinti, oltre il povero Fini. I presunti (anzi no, certamente) vinti, sono gli italiani. Quelli che non possono andare avanti con questo pazzesco spettacolo offerto dalla politica italiana. Con degli uomini che negano l’evidenza, come quelli del governo (“gli studenti in piazza sono la minoranza, abbiamo governato benissimo, possiamo andare avanti e dobbiamo farlo perché il popolo ce lo ha chiesto” parola di La Russa e Berlusconi) con quelli dell’opposizione che non riescono a coalizzarsi decentemente per affrontare il cancro della politica italiana (davvero c’è qualcuno che crede che ci sia un’alternativa alla coalizione Pd, Sel e Idv, con Vendola candidato premier, che possa in qualche modo sperare di battere Berlusconi?). mentre il paese va a rotoli, l’economia ristagna e a gennaio diverse fabbriche non riapriranno i battenti.
Si è anche detto che le elezioni conferirebbero instabilità, situazione assolutamente intollerabile a causa delle possibili speculazioni economiche. Ciò che sfugge agli uomini di governo è che, checché ne dicano e ne pensino, anche tirare a campare in questo modo vuol dire instabilità. Con la differenza che, stando così le cose, il ritorno alla stabilità è sempre più una chimera. Mentre, con le elezioni, in qualche modo la situazione si sarebbe risolta. Purché, nel frattempo, venga cambiata la legge elettorale. Perché, paradossalmente, andare al voto esattamente domani, potrebbe sancire una sorta di conferma di questa instabile situazione. Ma di questo ne parleremo più avanti, quando lo spettro delle elezioni sarà più forte. In pratica tra qualche settimana.
Nessun commento:
Posta un commento